A volte capita di trovarsi come risucchiati dalla forza onirica dell’arte, dall’eterna capacità di entusiasmare e di connetterci al piano delle emozioni. È come se l’arte oltre che manifestare i sogni e il mondo interiore dell’autore, apra per mezzo della sua magia porte in noi inattese. È il caso del film Sogni di Akira Kurosawa. Credo che le scene di seguito siano di una bellezza struggente, e rendano perfettamente l’atmosfera onirica e di raccoglimento e di ritorno in se stessi che si prova al cospetto di un’opera d’arte; credo che chiunque viaggi, anche solo per un momento, con la propria immaginazione creativa all’interno e attraverso un’opera. Perdersi in un dipinto, in un’opera d’arte… entrare nella Città ideale, nelle folgorazioni di Turner…
Perdersi nei sogni di Van Gogh…
Il regista porta alle estreme conseguenze rendendo vivi e nuovi all’osservatore la materia cromatica della pittura del geniale artista. In una malia meravigliosa le scene di seguito per me restituiscono una dimensione nuova ai quadri di Van Gogh: improvvisamente appaiono più reali della stessa realtà fisica.
Non bisogna mai smettere di sognare. È per mezzo dei nostri sogni che forgiamo la nostra vita e ciò che ci circonda, come ci insegna Eraclito:
«I dormienti sono artefici delle cose che accadono nel mondo, e aiutano a produrle.»
Di seguito le stesse scene in due video di migliore qualità, però in inglese.
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Caro nov-ES leggendo le tue righe mi sovviene una domanda: ma allora cosa è un sogno?
Parafrasando Freud mi verrebbe da citare la sua Interpretazione dei Sogni, opera che si colloca perfettamente nel tuo pensiero e in modo particolare ci tengo a citare questi stralci:
“Quando, dopo essere passati per uno stretto sentiero, emergiamo improvvisamente su un’altura, dove la strada si divide e i piú bei panorami ci si presentano da tutti i lati, ci è permesso sostare un momento per decidere verso quale direzione ci incammineremo in primo luogo. E questo è il nostro caso, ora che abbiamo superato la prima interpretazione di un sogno. Ci troviamo nella piena luce di un’improvvisa scoperta. I sogni non devono essere paragonati ai suoni discordanti che provengono da uno strumento musicale percosso da un tocco estraneo invece che dalla mano del musicista; non sono privi di significato, non sono assurdi; non implicano che una parte delle nostre rappresentazioni sia addormentata, mentre un’altra parte comincia a svegliarsi. Al contrario, sono fenomeni psichici pienamente validi e cioè soddisfazioni di desideri; essi possono essere inseriti nella catena degli atti mentali comprensibili della sveglia; essi vengono elaborati da un’attività mentale estremamente complicata.
Ma proprio quando cominciamo a rallegrarci di questa scoperta, ci assale un fiume di domande. Se, come dice l’interpretazione dei sogni, un sogno rappresenta un desiderio soddisfatto, qual’è l’origine di quella strana e complicata forma di espressione della soddisfazione del desiderio? Quali mutamenti hanno subito i pensieri del sogno prima di trasformarsi in quelle immagini che ricordiamo al risveglio? Come si verificano questi mutamenti? Qual è la fonte di quel materiale che viene trasformato in un sogno? Qual è la fonte delle tante particolarità che si possono osservare nei pensieri di un sogno, come, per esempio, il fatto che possono essere reciprocamente contradditori? Può il sogno dirci qualcosa di nuovo sui nostri processi psichici interiori? Può il suo contenuto correggere le opinioni che abbiamo difeso durante il giorno?
Propongo di lasciare da parte per il momento tutte queste domande e di proseguire in una particolare direzione. Abbiamo appreso che un sogno può rappresentare la soddisfazione di un desiderio: dovremo prima di tutto chiarire se questa sia una caratteristica universale dei sogni o se si sia verificata per caso nel contenuto del sogno particolare. Infatti, se anche siamo preparati ad accettare che ogni sogno abbia un significato ed un valore psichico, resta la possibilità che questo significato non sia lo stesso in ogni sogno. Il nostro primo sogno costituiva la realizzazione di un desiderio; un altro potrebbe risultare la conferma di una paura; il contenuto di un terzo potrebbe essere una riflessione, mentre un quarto potrebbe semplicemente riprodurre un ricordo. Troveremo altri sogni sorti da un desiderio, oltre questo? o forse non esistono altri sogni all’infuori di quelli nati da un desiderio?”
Quindi Nov-Es come sostenevi anche tu un sogno non è dormire…ma è una parte dell’Es che rimane sveglia…sono le nostre pulsioni che ci permettono di creare un mondo parallelo…un mondo solo nostro. Un mondo che solo gli artisti riescono ad esternare attraverso le proprie opere d’arte.
Saluti Psiche
Cara Psiche,
rispondendoti mi viene immediatamente alla mente ciò che scrive William Shakespeare in La Tempesta:
«Noi siamo quella materia di cui son fatti i sogni, e la nostra piccola vita è contenuta in un sonno».
Sono veramente felice dei tuoi interventi, che ampliano le possibilità di questo spazio verso ambiti che ritengo fondamentali per il dibattito architettonico ed artistico. Correggimi se sbaglio (cosa assai probabile, considerando che non sono molto ferrato in materia psicologica e psicanalitica – comunque ci tengo ad essere, nel caso, corretto!).
Jung concepisce i sogni come autentiche realizzazioni e contenuti dell’Inconscio collettivo, oltre che personale, cioè di quella parte della psiche che racchiude quei simboli universali dell’umanità chiamati “archetipi”, anteriori l’esperienza, e quindi istintivi; elementi che derivano da un’eredità storica primigenia, atavica, ancestrale. In quest’ottica è proprio dall’Inconscio collettivo che scaturisce la mitologia, le immagini religiose, le favole, i sogni, le fantasie e le visioni, spontaneamente attinti da un immaginario simbolico collettivo. Lo stesso Jung ha dimostrato, se non erro, la ripetizione di questi contenuti attraverso l’osservazione dei suoi pazienti. Credo che siano proprio le immagini archetipiche, che oltre che affiorare nei sogni, trovano spazio amplissimo nell’arte, che quindi come tale parla il linguaggio istintuale proprio dell’archetipo. In questo senso i sogni non ingannano mai, sono veri nella misura in cui parlano dell’uomo più profondo. Non a caso gli antichi hanno sempre considerato il sogno come portatore di un messaggio, spesso divino, e per questo già consideravano l’interpretazione del significato dei sogni un elemento importantissimo (ovviamente nell’antichità era conferito al sogno un carattere prettamente divinatorio). Per gli egizi «il dio ha creato i sogni per indicare la strada al dormiente i cui occhi sono nell’oscurità»; nel Talmud «un sogno non interpretato è come una lettera non letta». E in effetti la stessa arte è portatrice di un messaggio universale: quello del mistero del significato dell’essere.
Quindi la realtà immaginale degli archetipi che viene fuori per mezzo del sogno e dell’arte è, e sono d’accordo con te e con Eraclito, una componente sveglia, partecipe, creativa, attiva!
Cara Psiche,
vorrei chiederti cosa ne pensi delle moderne architetture, che più immagini della fantasia sembrano essere sogni angosciosi, incubi, rappresentazioni dell’ansia esistenziale: edifici inclinati, appuntiti, sgraziati, enormi, metallici, contorti, corrugati, distorti, ingannevoli, etc.
Come se gli architetti moderni più che forgiatori di sogni siano forgiatori di Draghi!
A livello psicologico, secondo te, da cosa potrebbe derivare e cosa potrebbe significare?
Ciao
Ciao.
E’ molto interessante questo post.
Mi inserisco nella discussione per proporre una risposta alla tua domanda attraverso questo mio post:
http://arching.wordpress.com/2009/03/13/il-sonno-della-ragione-genera-mostri/
Probabilmente molte opere moderne sembrano così angosciose perchè cercano continuamente di rifuggire dagli archetipi che giustamente tu citi (e probabilmente il più bistrattato è quello della casa intesa come capanna primordiale e quindi col tetto inclinato).
Ciao.
Matteo
Il quesito che mi poni caro nov-ES è molto interessante e al tempo stesso a mio avviso controverso. Se lo vediamo infatti dalla prospettiva psicoanalitica, possiamo intravedere in questo nuovo modo di fare architettura il messaggio che ci ha appena esplicitato il nostro nuovo amico, Matteo. Ma se lo analiziamo rispetto alla psicologia sociale e relazionale, la visione cambia completamente, non bisogna andare a ricercare nel passato i precursori della moderna architettura, ma secondo me, il tutto deve essere ricercato nel presente. Bisognerebbe intervistare gli artisti contemporanei, ma credo che molto probabilmente ci risponderebbero che la loro è denuncia, un modo chiaro e deciso di contrapporsi alla visione odierna del mondo. Il nostro secolo, è il secolo del benessere, come moltissimi lo definiscono; ed io aggiungerei di un malessere interiore sempre crescente. E forse è proprio questo ciò che gli artisti moderni vogliono trasmetterci attraverso le loro opere, non Draghi come li definisci tu, ma la consapevolezza che molto spesso la realtà è ben diversa da ciò che vediamo.
Ciao.
Ciao Matteo,
grazie del tuo commento. Scusa se ti rispondo solo ora, così in ritardo, ma ho avuto una giornata infernale.
Sono d’accordo con te: il contemporaneo ha reciso il suo rapporto con gli archetipi e quindi non riesce a parlare un linguaggio interiormente comprensibile.
Il tuo articolo “Il sonno della ragione genera mostri (?)” è davvero stimolante, e mi trova assolutamente d’accordo, in ogni sua parte, ed invito tutti coloro che sono interessati ad avvicinarsi ad una diversa visione del contemporaneo a leggerlo!
Hai colto elementi davvero esemplari che portano il contemporaneo a relegarsi in uno sperimentalismo da Biennale diretta male, in cui si rincorre più un ideale di immagine superficiale che di contenuto.
Il tuo inno ad un’Architettura che torni ad essere espressione dei bisogni sociali oltre che mero sperimentalismo e rappresentazione del marketing dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali in ogni Università e studio d’Architettura… e di una cosa sono convinto: che tra le funzioni trova spazio anche l’estetica! Credo che l’estetica sia anch’essa una funzione. Se un’architettura ci appare “brutta” significa che non ha sopperito alla più importante delle funzioni; non possiamo certo immaginare che l’Architettura sia una questione solamente di metri quadrati! L’etimologia (scusa se compio queste digressioni, ma ritengo che le parole siano importantissime e che siano portatrici di contenuti fondamentali) di “estetica” deriva proprio dal greco Aistêtikos, che significa sensibile, capace di sentire per mezzo dei sensi. In questo senso il tedesco Baumgarten nella sua “Teoria del bello” vide la bellezza come una percezione confusa, come un sentimento. Se non sentiamo un’Architettura, se non ci emoziona, può essere realizzata con i materiali più innovativi del mondo, può essere scaturita dall’analisi più profonda del contesto, ma non ha risposto alle nostra intima e naturale esigenza di bellezza! In questo mi sento vicino al concetto di virtù ideale degli antichi greci, quello che loro chiamavano Kalokagatia. Secondo Aristotele «si dice kalokagatia ciò che è perfettamente buono e bello», l’una implica in modo naturale l’altra, e proprio questo deve perseguire l’Architettura!
Sottoporre tutto la vita dell’essere umano a delle regole razionali di mercato, in cui tutto deve tornare come in un’equazione matematica, rischia di ridurre l’essere umano ad una variabile X; la bellezza come esigenza può apparire improduttiva, senza guadagno, fuori dal mondo e dal mercato. L’uomo moderno si sente derubato del suo ruolo, si sente una tessera di un ingranaggio di cui non sa intendere l’anima. Nelle moderne città l’uomo urla perché si rende conto di non essere più al centro del suo mondo; si sente abbandonato come il personaggio di Munch in un percorso che lo rende sempre più macchina, sempre più materia, sempre più infelice. Mi vine a questo proposito in mente una citazione di James Hillman:
«Il modo in cui immaginiamo le nostre città, il modo in cui progettiamo i loro scopi, i loro valori, e aumentiamo la loro bellezza, definisce il Sé di ciascuna persona di quella città, perché la città è l’esibizione tangibile dell’anima comunitaria. Questo significa che troviamo noi stessi entrando in mezzo alla folla – che è il significato alla radice della parola polis, “poli-”, “molti”. Il modo di migliorarci, è quello di migliorare la nostra città.». Secondo Hillman esiste uno stretto legame fra anima e città, fra il modo di costruire e il benessere psicofisico. Anch’io ne sono perfettamente convinto, sono altresì dell’idea che l’immagine dell’Architettura influisca enormemente sul felicità degli esseri umani, e che troppo spesso si sottovaluti questa componente!
Ciao Psiche,
grazie della tua risposta! Sono contento di questo dialogo sui sogni e l’Architettura, psicologia ed estetica.
A proposito di estetica contemporanea, ripercorrendo anche il discorso che ha iniziato Matteo il nostro amico Matteo, sono d’accordo per con te per quanto riguarda il ruolo di denuncia dell’arte contemporanea che in questo modo svela una realtà diversa da quella che ci appare.
Non pensi però che un’Architettura che allo stesso modo rappresenti le ansie esistenziali di una società possa aumentare quest’ansia?
Nel passato la bellezza è stata associata al divino e al concetto di bene (come in Platone) e spesso da molti pensatori relegata nel rapporto uomo-natura. A partire dal Settecento, fortunatamente, il concetto di bello fu svincolato dalla mimesi naturale, e fu anche inteso come il libero prodotto delle scelte e dell’attività umana, liberando l’estetica dalla sua dimensione metafisica. Le visioni d’avanguardia, come tu dicevi, che hanno svincolato l’estetica dalla pura ricerca del bello (portando nell’arte il “brutto”), hanno permesso di svelare la realtà in tutta la sua brutalità antiestetica.
A livello psicologico però, non pensi che le forme inquietanti che spesso trovano spazio nelle nostre moderne città, i materiali asettici, il gigantismo, etc., possano incidere sul benessere psicofisico degli individui?
Un affettuoso saluto e ancora grazie dei tuoi interventi che permettono a questo spazio di aprirsi alla psicologia e alla ricerca interiore!
A presto