«in nessun luogo l’uomo può ritirarsi, che sia più tranquillo e imperturbabile della sua anima. Volgi lo sguardo alla rapidità dell’oblio che tutte le cose avvolge, al baratro del tempo infinito: tieni sempre a mente questo ritiro che hai a tua disposizione in questo tuo proprio campicello»
Marco Aurelio

Il cortile all’ingresso degli straordinari Musei Capitolini
Sembra per un momento di entrare in contatto con uno i quei luoghi dell’altrove, quelli più vicini alla nostra componente emozionale. Uno spazio metafisico, che vuole rappresentare ciò che è oltre l’apparenza fisica della realtà, al di là dell’esperienza dei sensi. Il cortile sembra essere la materializzazione di un dipinto di Giorgio De Chirico con i suoi spazi misteriosi e romantici, popolati da personaggi arcani come statue classiche o manichini. Quadro architettonico, come nelle opere del maestro italiano, tutta l’attenzione va alla scena ordita, una scena immobile senza tempo (come un sogno), spesso un luogo silenzioso e simbolico, un palcoscenico teatrale senza emozioni, perennemente in attesa. Quella del cortile capitolino è una scena che sembra svolgersi di là dal tempo, in cui elementi di mondi apparentemente lontani sembrano essere frutto di un flusso di coscienza continuo, di una allucinazione, di un sogno…

Gli elementi antichi e moderni perdono il loro contesto temporale, la loro datazione, la loro appartenenza al mondo delle cose, e acquistano una nuova dimensione, anticamente moderna (quasi come le opere di Louis Kahn). La mano di Costantino, la colonna tortile, la trabeazione appare come simbolo, portatore in sé di una nuova realtà surreale.

Il piede dell’enorme statua di Costantino

L’immagine colma di memoria simbolica e di fascinazione metafisica del cortile ha colpito Peter Greenaway nel suo Il ventre dell’architetto, film da lui diretto nel 1987:
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Confesso che questa la scena del Film di Greenaway, rimane ai miei occhi criptica. Il ventre alle spalle di Stourley Kracklite è forse un seppur vago collegamento alla malattia dell’architetto stesso? Quel tumore al pancreas che cerca di cancellare dalla sua mente compiendo un viaggio tra le pietre della Città Eterna?
Credo che sia proprio così. Il film di Greenaway è molto complesso e ricco di elementi apparentemente senza alcun nesso. Le pietre memori della città eterna rendono minimo il destino individuale di ogni persona, e il tutto viene letto in una chiave utopica (vedi il dialogo continuo tra Boullée). Il suo amore ossessivo per le forme sferiche, per le cupole, quella del celebre architetto francese per il cenotafio di Newton, che rintraccia nel cielo terso e solare di Roma sembra trovare riscontro sul suo corpo: il suo ventre gonfio, accentua la percezione di come l’arte amata si sia impossessata del corpo dell’uomo quasi a contenere il mostro, la malattia. Per questo nel film Kracklite si circonda maniacalmente di foto di ventri di statue che trova nella città di Roma. La passione che si trasforma in ossessione dirompente, nella distruzione romantica dell’eroe-artista.