Architettura da divorare

Architettura da divorare

Viaggiando col treno regionale da Napoli Centrale, una delle molte fermate è a Cisterna di Latina. La stazione ferroviaria è una di quelle belle costruzioni semplici ma romantiche dell’inizio del secolo scorso, a cui però hanno sfortunatamente addossato una serie di malevole costruzioni di pessima fattura: dalla copertura posticcia della pensilina a protezione del sottopassaggio, ai bagni inseriti in uno spigoloso edificio basso e sgradevolmente rivestito di cortina giallo livido.

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Sopra: la spigolosa costruzione dei bagni pubblici della stazione ferroviaria di Cisterna di Latina

Nel tratto iniziale di accelerazione non si può che rimanere affascinati da una macchia bruna che si distingue al di sopra delle altre costruzioni, con le loro frastagliate terminazioni tecnologiche.

Decisi quindi un giorno all’inizio di primavera di recarmi a scoprire cosa fosse quella fantastica costruzione. Scovai un’opera eccelsa, una mirabolante architettura della fantasia più vicina alle fiabe, quelle in cui si immagina di ritrovarsi da bambino.

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Sopra: l’edificio baroccheggiante nel contesto

Di fronte a siffatta apparizione di plurimi e complessi rimandi, mi sentii per un attimo come Hänsel e Gretel al cospetto della casa di marzapane; o meglio, superando di molto la fantasia dei Grimm, di fronte a un palazzo-gelato.

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Sopra: alcune viste del palazzo “barocco” con le sue cromie esuberanti

Cioccolato fondente sembrava sciogliersi nei mie occhi. Onde-balaustra dolci di calcestruzzo avvolgono il croccante nucleo dell’edificio, accompagnati dai gustosi, speziati e coloratissimi estradossi dei balconi. Una vera sciccheria, un trionfo dei sensi al cospetto del quale anche la cromia della migliore pasticceria siciliana impallidirebbe. A sostituire la cialda, un basamento rivestito di travertino senza alcun rapporto proporzionale con il resto dell’edificio, dal quale si dipartono energicamente una serie di pilastri di conglomerato cementizio prospicienti la strada, che ai piani superiori si ricoprono di rame (ossidato, ovviamente).

A parte l’evidente ironia, a livello di impianto, l’edificio è una semplice palazzina con pianta quadrangolare, con un piano terra pilastrato e parzialmente aperto. Su questa insistono una serie di balconi aggettanti sulla strada, di forma curvilinea,  fasciati da grosse e massicce balaustre, che percorrono il fabbricato sui tre fronti principali; la medesima forma sinusoidale si ripete sino alla sommità, dove invece consiste in un cornicione sottile. A terminare l’aspetto dolciario della struttura intervengono degli elementi metallici distribuiti a formare delle coperture troncoconiche e dall’andamento apparentemente circolare, quasi a garantire per chi non l’avesse ancora intuito, il fatto di essere degli allegri biscotti sul cono gelato.

Benché l’edificio mostri delle qualità interessanti ed evidenti reinterpretazioni di etimi morettiani (evidenti anche nella scansione della facciata posteriore non su strada), l’effetto è quello di un’opera goffa, che oltre che non tenere assolutamente conto del contesto, si arroga il diritto di imperversare con la sua inquietante presenza sulla già non felice, a livello architettonico ed edilizio, cittadina laziale. Il colore scelto trasmuta l’immagine di questa architettura, conferendogli un’atmosfera fumettistica ed ironica, credo non voluta (a seguire riporto l’articolo con le dichiarazioni dei due architetti)

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Sopra: il retro dell’edificio (quello visibile dalla linea ferroviaria), si articola in modo completamente discordante rispetto agli altri tre, fasciati dai morbidi parapetti cementizi. L’effetto è quello di un’architettura sezionata di netto, come se gli autori avessero voluto mettere a nudo il contenuto della composizione (credo che derivi invece da una visione classista dei fronti: dato che questo è quello non visibile, può essere considerato meno importante). Gredevole è come i balconi si agganciano alla muratura, lasciando una lama d’aria e di luce che sembra far respirare la massa pesante, e la scala che si intravede nella lunga asola inclinata e dinamica. Non esaltante à la distribuzione alla Loos delle bucature, poco appropriata per un’architettura simile

Oltre che la forma interviene il color marrone bruciato (o meglio, cioccolato fondente) dei parapetti, abbinato allo stesso colore delle pareti esterne a rendere di una pesantezza imperante l’immagine di questa architettura. Elemento caratteristico sono i fondi psichedelici. Forse l’utilizzo di una diversa colorazione (non spalmata dovunque, dai balconi, alle pareti, alle serrande), di materiali più leggeri (ad esempio non reiterando i parapetti in cemento a tutti i piani, magari differenziandoli) e il proporzionamento dell’altissimo piano terra renderebbero quest’opera maggiormente gradevole.

Plaudo comunque al Comune di Cisterna di Latina che sta cercando di conferire a questa cittadina un’immagine contemporanea (molto belle e ordinate le operazioni sui marciapiedi lungo l’asse urbano principale, e la aree verdi), investendo molte risorse, e sono dell’avviso che operazioni simili sono utili per alimentare la sperimentazione e il dibattito architettonico, però bisogna non eccedere nella volontà autoreferenziale di innovare ad ogni costo, se non si vuole trasformare questa città in qualcosa a metà fra l’Outlet di Valmontone e una Barcellona fumettistica.

In questo senso è rivelatore l’articolo del 11 agosto 2008 di Claudia Paoletti su Il Messaggero, che sotto riporto:

E la casa dei piccioni si trasformò in un enorme edificio scuro, un polpo gigante che si dimena in mezzo a otto strade. Cisterna che cambia è anche questa: in assenza di un piano del colore gli architetti possono dare sfogo alla propria creatività e trasformare un rudere del dopoguerra in un edificio curvilineo, con i solai dal perimetro smerlettato e tondeggiante, con una bucatura tonda sul terrazzo-giardino e con un colore marrone scuro, distribuito anche sulle serrande, che sembra respingere la luce. Il linguaggio architettonico è corretto, richiama il razionalismo catalano di Antonio Gaudí, ai cittadini che in piazza Caduti in guerra che restano a guardare col naso all’insù non dispiace: è il colore che fa discutere. Perché marrone testa di moro? «Perché no – rispondono gli architetti Enrico Giammatteo e Massimo Bellardini – lo abbiamo scelto per sottolineare la massa volumetrica che poggerà su vetrate, con soffitti giallo e verde, per spezzare. L’edificio enfatizza il movimento, il caos del traffico, ricostruisce il luogo della città, crea l’identità. In un’altra zona non sarebbe stato realizzato, avremmo letto il contesto e proceduto per caratterizzarla, si riqualifica per punti strategici». In sostanza è un prodotto pensato, lontano dalla logica dei palazzinari, nemici degli architetti. «Tra dieci anni – chiudono gli architetti – quando ci si darà appuntamento al palazzo marrone si saprà dove andare», chiudono gli architetti.

Gli edifici del centro cittadino dopo la ritinteggiatura della facciata, non hanno riservato sorprese una volta scoperti dalla rete protettiva ombreggiante ma le prescrizioni-indicazioni sul colore nel Ppe esecutivo “Il centro della città”, approvato nell’ottobre 2006 sono a maglie larghe. Tra le norme generali c’è scritto che  «gli edifici che ricadono in lotti contigui con la stessa tipologia dovranno presentare caratteristiche uniformi». La gamma dei colori favorisce il gusto degli architetti, qualunque sia la scelta.

I greci direbbero IUBRIS!

Nell’articolo si vede l’origine dell’edificio nel povero Gaudí, mentre per me è più vicina, ed è anche una citazione della palazzina per abitazioni detta San Maurizio a Roma, in località Monte Mario del 1962, benché l’opera del grande architetto sia di gran lunga superiore e dinamica, barocca nel senso pieno del termine, di quella dei due architetti alla ricerca della fondazione del genius loci cisternese!

Sopra: Il capolavoro di Moretti a Monte Mario. Fonte: Luigi Moretti Architetto

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Sopra: l’elegante sistemazione dell’area d’ingresso con un piccolo giardino terrazzato e dei parcheggi interrati

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Sopra: l’area d’ingresso verso il portone, con una serie di articolazioni giocate sul tema del quadrato

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Sopra: il bell’innesto tra pilastro, trave e balcone

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Sopra: strane soluzioni imperversano sull’intradosso del solaio del piano primo

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Sopra: l’edificio insiste su un basamento in travertino, mosso da una curva alla base e da tre oblò di diversa dimensione

Poco distante da ques’opera sta sorgendo una nuova costruzione dalle medesime caratteristiche, segnale della volontà da parte degli architetti operanti a Cisterna di voler lanciare un “nuovo” stile, che faccia della loro città una meta riconoscibile nel panorama architettonico locale, segno di una giustificata e giustificabile necessità di rinnovamento e di una immagine, che speriamo poter essere maggiormente equilibrata!


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