Interessante intervista a Daniel Libeskind apparsa su Libero-news.it:
Ieri a Milano è stato presentato alla stampa il cantiere di CityLife, il nuovo quartiere che sarà realizzato in vista dell’Expo 2015… Libeskind ha disegnato una delle grandi torri che lì sorgeranno e ha ideato il nuovo Museo d’Arte Contemporanea (MAC). In entrambi i casi, si tratta di opere ambiziose, contestate da molti. Come i suoi “colleghi” Zaha Hadid, Frank Gehry, Renzo Piano eccetera, Libeskind è considerato un esponente di una moda architettonica pericolosa. Libero ne ha parlato spesso: le archistar progettano ovunque edifici simili, dimenticandosi del contesto urbano e culturale in cui sono inseriti. Non si preoccupano della vivibilità delle loro opere: hanno ridotto l’arte a provocazione. Tutto ciò che è “strano” (grattacieli storti, case sbilenche…) è considerato bello poiché “innovativo”…
Come risponde Daniel l’archistar alle accuse? L’abbiamo chiesto direttamente a lui.
L’intervista inizia con una domanda sul museo di Roma, opera di Zaha Hadid, recentemente ultimato, e sul motivo per cui le istituzioni si rivolgono spesso alla archistar. A tale domanda l’artista risponde che deriva dalla sempiterna gara per avere gli edifici “più belli” (quindi solo le archistar possono disegnare gli edifici “più belli”), ed ovviamente centrando l’attenzione sul fatto che i musei sono dei magneti per attrarre cultura (ed io direi “visitatori”).
Ecco come continua l’intervista:
Molti critici sostengono che in realtà la cultura, cioè le opere d’arte le quali dovrebbero essere esposte nei musei – per esempio il MAXXI – verranno schiacciate da strutture tanto imponenti. E che gli architetti siano molto più interessati alla forma degli edifici che alla funzionalità.
«Non posso parlare del museo di Zaha Hadid, ma soltanto dei miei. Sinceramente credo che gli edifici da me progettati in tutto il mondo, a Denver come a Toronto o Berlino non opprimano le opere esposte all’interno. Anzi, credo che attirino persone le quali sono interessate al contenuto del museo. I miei edifici hanno sempre ottenuto un grande successo, calamitando il pubblico. Non solo. Io ho sempre lavorato a stretto contatto con i curatori dei musei – in questo caso Davide Rampello – cercando di capire di quali spazi avessero bisogno per l’arte e che tipo di architettura fosse necessaria. Di più: ho cercato di capire anche che tipo di persone il museo avrebbe dovuto attirare. E poi il museo è un’istituzione creativa».
Cioè?
«Non può limitarsi a essere una scatola in cui inserire delle cose. La sua funzione, nel corso della storia, è mutata. Oggi è un posto dove incontrare persone, è un’esperienza da vivere».
Giusto. Anche in Italia si comincia a pensarla così. Anche se restano musei a cui è difficilissimo accedere, senza spazi per la ristorazione, non in grado di attirare pubblico.
«Credo che in Italia ci siano dei musei fantastici. Ovviamente però la storia va avanti. Faccio un esempio. Il British Museum è una struttura molto importante, ma riflette un’altra epoca: quella del colonialismo, quando i musei non erano ancora un luogo di apertura. Oggi servono spazi diversi, adatti ad un’arte diversa. Perché anche l’arte è cambiata molto nell’ultimo secolo. Per questo servono architetti che siano in grado di rendere i musei accessibili al maggior numero possibile di persone. E non è una cosa che tutti gli architetti sono in grado di fare».
Insomma, solo le cosiddette archistar sono in grado di realizzare gli edifici adatti al nostro tempo, progettano quelli più belli. Eppure c’è chi dice che quella dei progettisti-celebrità sia una moda destinata a passare. E che i vostri edifici “innovativi”, in realtà, siano uguali in tutte le parti del mondo, non tengano conto delle culture locali.
«Non è vero. A queste accuse rispondo: guardate con i vostri occhi. I miei edifici non sono uguali dappertutto. Vero, mantengo sempre il mio segno, il mio stile. Ma ciascun progetto è unico e diverso da tutti gli altri. Progetto qualcosa di diverso per ogni luogo».
Sembra molto contento di essere considerato un’archistar.
«Che devo dire? Se la gente mi chiama così, avrà i suoi motivi. Io non posso farci niente». Daniel Libeskind, a questo punto, scoppia in una risata soddisfatta. Sembra dire: criticatemi finché volete, io vado avanti per la mia strada.
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