Vorrei partire da qualcosa che apparentemente non riguarda l’architettura per raccontarvi il mio personale approccio a questo magnifico monumento funerario di Roma.
Durante l’attività eruttiva del Vulcano Laziale, oggi coincidente con l’area dei Castelli romani e dei suoi laghi, fu emessa una enorme quantità di prodotti piroclastici su un area vastissima della campagna romana; l’eruzione interessò l’area fino a circa 40.000 anni fa dando vita al substrato “tufaceo” che caratterizza la maggior parte del suolo della Capitale. Una colata di lava in particolare raggiunse la periferia della Roma Imperiale, seguendo il percorso di una antica valle, saturandola. Questa colata (lunga 12 km con spessori sino a 15 m), detta di Capo di Bove dal fregio con bucrani e ghirlande che decora la sommità della costruzione antica (com’è noto, la testa di bue è un elemento decorativo molto comune nell’antichità, mutuato dall’uso di appendere i crani degli animali sull’alto del templi), si fermò all’altezza dell’area occupata dal complesso di Cecilia Metella. Gli agenti atmosferici che erosero i fianchi della valle nei secoli successivi la resero un lunga dorsale sopraelevata sulla campagna. Proprio su questa dorsale i romani edificarono la Via Appia, sfruttando in questo modo la posizione rialzata e la resistenza del materiale lavico sottostante. Gli elementi dei basolati che caratterizzano il tracciato furono estratti dalla sottostante dorsale.
Il castello Caetani a Capo di Bove sull’Appia ingloba e sfrutta il mausoleo di Cecilia Metella, è uno dei più famosi monumenti funerari di Roma; datato intorno alla metà del I secolo a.C. Posizionato su un rilievo che ne consente la visibilità anche a notevole distanza, il monumento deve la sua sopravvivenza proprio al fatto di essere stato utilizzato in epoca medioevale come torre difensiva e di avvistamento.
L’enorme lapide marmorea, che si legge sulla parte alta del monumento rivolta verso la strada Caeciliae Q. Cretici F(iliae) Maetellae Crassi, ci informa che si tratta della tomba della nobile romana Cecilia Metella, figlia di Quinto Metello Cretico.
Foto 2: Lapide marmorea (Caeciliae Q. Cretici F(iliae) Maetellae Crassi)
Si tratta di una tomba del tipo a tumulo, costituita da un alto tamburo circolare rivestito in travertino, del diametro di 100 piedi romani e alto 11 metri, che poggia su un basamento quadrato in calcestruzzo di circa 18 metri per lato, in origine rivestito anch’esso in blocchi di travertino e poi spogliato in epoca rinascimentale. Il sepolcro terminava in alto con un tumulo a forma di cono, che determinò il particolare nome con cui il mausoleo è talvolta ricordato nelle fonti medioevali: monumentum peczutum, ovvero appuntito, pizzuto. Ben però più famoso è l’altra denominazione medioevale data al monumento e a tutta la zona, ovvero Capo di Bove, dovuta al fregio con bucrani e ghirlande che decora la sommità della costruzione antica (com’è noto, la testa di bue è un elemento decorativo molto comune nell’antichità, mutuato dall’uso di appendere i crani degli animali sull’alto del templi).
Foto 3: fregio con bucrani e ghirlande
Il fregio si interrompe in corrispondenza dell’iscrizione per lasciare posto alla raffigurazione di un trofeo (un elmo con clamide frangiata) con due scudi e, in basso, un prigioniero barbato (un avanzo di panneggio indicherebbe l’esistenza di un’altra figura perduta); si tratta forse di una rappresentazione volta a commemorare le imprese compiute dal padre di Cecilia a Creta.
Foto 4: tamburo circolare rivestito in travertino
Un corridoio, coperto a volta, conduce alla cella. L’ambiente prendeva luce da una finestra ellittica che si apriva nella parete di accesso della cella, ancora ben visibile benché murata e modificata. La scala oggi presente sul fianco del basamento fu creata nel corso dei lavori diretti dal Muñoz (1909-1913) per rendere possibile l’accesso all’ambiente inferiore, non potendovi all’epoca entrare dalla cella rotonda che era interrata. La camera funeraria è di forma circolare e rastremata verso l’alto; come il corridoio anche la camera è rivestita in cortina laterizia e decorata con stucchi, di cui restano deboli tracce.
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