In stile

In stile

Sicuramente uno dei monumenti più affascinanti della città di Firenze è Santa Maria del Fiore. Un complesso architettonico mirabile, in cui si affastellano alcune tra le opere più significative della cultura italiana. Si è rapiti dalla geometria del Battistero, dall’armoniosa forma slanciata eppur rispettosa dei canoni italici del campanile di Giotto, e poi la massa colossale della Cupola del genio assoluto che è Brunelleschi. Poi si è quasi storditi dalla facciata della cattedrale: colori e forme, decorazioni di una ricchezza stupefacente. Ci si gira attorno rapiti da un entusiasmo estetico d’ammirazione per l’equilibrio tra Medioevo e Rinascimento ottenuto in quel luogo… eppure se si guarda con attenzione la facciata si scopre che c’è qualcosa di diverso, come una percezione sottile: sarà per la grana del materiale, per il taglio che si intravede avvicinandosi, per il corole maggiormente rossastro rispetto ai fianchi. In effetti si è sorpresi poi nel leggere, sui libri o su una guida, che la facciata è un’opera moderna. Sì, tanto armoniosa (anche se un po’ sovraccarica) eppure frutto di un vero e proprio restauro stilistico, o meglio in questo caso di costruzione in stile (a proposito si dovrebbe ricordare l’intervento di S. Croce, sempre a Firenze, di Nicolò Matas). Ma torniamo brevemente a Firenze. La facciata di Santa Maria del Fiore è stata per secoli il grande problema irrisolto del complesso monumentale fiorentino; circondata da capolavori assoluti, la facciata povera ed incompiuta spiccava in modo inaccettabile. La vicenda legata a questa parte dal cantiere arnolfiano (la facciata del grande architetto è stata più volte ricostruita e le immagini sono presenti anche sul web), e passò attraverso vicende complesse – si ricorda in particolare l’opera di Bernardo Buontalenti, che decretò la realizzazione di quella facciata dipinta di gusto fortemente manierista che giunse fino al XIX secolo. Per comprendere lo scandalo che esercitava la presenza di una facciata non all’altezza del prestigio del complesso e della città, basti ricordare le realizzazioni posticce e provvisorie realizzate ad hoc per i grandi eventi. La competizione decisiva si dipanò nel 1864, nella quale furono presentati i progetti più disparati, da quelli di gusto neogotico d’oltralpe, a quelli più riguardosi alla stile italico, ad altri di gusto pienamente eclettico che esprimono pienamente il turbine artistico di quell’epoca – intervenne anche Viollet le Duc, consigliando di optare per una soluzione che rispettasse appieno l’anima medievale dell’organismo – (i progetti sono ora esposti al Museo dell’Opera del Duomo).

Il vincitore fu Emilio De Fabris (1808-1883), scelto nel 1871, con un progetto ispirato al gotico trecentesco. I lavori iniziarono nel 1876 e furono completati da Luigi Del Moro (subentrato nel cantiere alla morte di De Fabris) nel 1887, con vari strascichi polemici, soprattutto legati al coronamento delle navate laterali. Addirittura nacquero due partiti, uno che capeggiava l’idea di realizzare una terminazione piana con ballatoio, oppure con delle cuspidi come nel Duomo di Siena e in quello di Orvieto – ovviamente fu scelta la prima direzione e nel 1887 la facciata fu inaugurata come la vediamo oggi. La decorazione in marmi policromi si sposa perfettamente con le architetture circostanti, ma svela la sua modernità nell’abuso di decorazione, che tende ad essere sovrabbondante (inoltre, rispetto ai fianchi, sulla facciata trova posto una maggiore quantità di marmo rosso, allo scopo di alludere al tricolore in un momento di forte patriottismo legato anche alla recentissima unificazione nazionale).

Mi colpisce questa realizzazione perché oggi un approccio del genere sarebbe inaccettabile. Quello di costruire in uno stile diverso da quello contemporaneo per conferire armonia (ed in questo caso un’immagine) ad un edificio tanto significativo. In questo senso è significativa la frase di Viollet Le Duc:

“restaurare un edificio non è conservarlo, ripararlo o rifarlo, ma riportarlo in uno stato di completezza che può non essere mai esistito in un determinato momento”.

Ovviamente oggi tutto questo apparirebbe scandaloso. In effetti oggi il monumento non viene considerato come modello da imitare, come oggetto estetico, ma anche come documento portatore di un valore storico, espressione insostituibile di esperienza e di civiltà.


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