E’ successo oggi… 25 gennaio, Conversione di Paolo di Tarso

«Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda. » (Atti 9,1-9)

Sopra: Michelangelo, “La Conversione di Saulo” (o “di san Paolo”), affresco nella Cappella Paolina in Vaticano, 1542-1545; sotto, a sinistra: particolare dello stesso affresco.

Per i cristiani oggi ricorre la “Conversione di Paolo”, l’evento, riportato negli Atti degli Apostoli, che segna l’ingresso nella fede in Cristo di Paolo di Tarso. Questo soggetto, come anche lo stesso San Paolo, al quale sono dedicati un’infinita di monumenti in tutto il mondo, ha avuto un’ampia fortuna nella tradizione artistica successiva, che però non ha sempre aderito in modo pieno alla descrizione dei resoconti che ci sono pervenuti. In particolare, nella maggior parte dei casi, Paolo viene raffigurato come caduto da cavallo, anche se negli scritti non si fa mai riferimento a questo elemento. Dopo la la folgorante rivelazione, Paolo si recò a Damasco, dove fu battezzato da un giudeo-cristiano di nome Anania, riacquistando la vista. Secondo la tradizione biblica fu tramite Anania che Paolo apprese da Gesù risorto il suo mandato missionario successivo.

A destra: Sagrestia Vecchia di San Lorenzo a Firenze, formella bronzea della “Porta degli Apostoli” di Donatello in una fotografia Alinari del  1852

Nell’iconografia Paolo viene, quasi sempre, rappresentato come un anziano calvo, con la barba (elemento tipico dell’estetica ebraica, come lo stesso naso sporgente), che sembra fare riferimento alla immagine archetipica del filoso d’età classica. Uno degli elementi iconografici più ricorrenti sono i rotoli o i libri nelle mani del santo, che fanno riferimento alla sue lettere. A partire dal basso medioevo è stato anche rappresentato con la spada, elemento che allude sia al suo passato di persecutore sia al martirio per decapitazione avvenuto a Roma (come si vede nel caso di Donatello).
Assai famose sono le due “conversioni” eseguite da Caravaggio, anche per la vicenda che le caratterizza.

La prima “conversione”, oggi detta “Caravaggio Odescalchi” (immagine sopra, a sinistra), fu commissionata al pittore, assieme alla scomparsa prima Crocefissione di San Pietro, nel settembre 1600 dal Tesoriere Generale della Camera Apostolica sotto il papato di Clemente VIII, Monsignore Tiberio Cerasi. Questi dipinti dovevano poi essere collocati nella Cappella che Cerasi aveva acquistato nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma (foto sopra, a sinistra).

A destra: la Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma – Fonte: Wikimedia Commons

Il prelato aveva, inoltre, incaricato il grande architetto Maderno di ammodernare lo spazio, oltre a commissionare ad Annibale Carracci la pala da porre sull’altare. Nel maggio del 1601, però, il Cerasi morì mentre i lavori della cappella non erano nemmeno stati avviati e così Caravaggio tenne nel suo studio le opere, che comunque gli vennero pagate, anche se ad un prezzo inferiore, dall’Ospedale della Consolazione, beneficiario dell’eredità Cerasi. Da questo momento non si conosce la motivazione che spinse il pittore a dipingere una seconda versione della Conversione di San Paolo (quella a destra) ed anche della Crocefissione di San Pietro, e cioè le opere che attualmente si trovano nella cappella della chiesa romana dal maggio del 1605.

A sinistra: “La crocifissione di San Pietro” nella Cappella Cerasi – Fonte: Wikimedia Commons

Secondo le interpretazioni, il motivo della realizzazione di due differenti versioni di entramdi i quadri possono essere due. La prima si basa su quanto riportato dal biografo, nonché acerrimo nemico di Caravaggio, il pittore Giovanni Baglione, per il quale i primi due dipinti non sarebbero piaciuti alla committenza. È però possibile anche un’altra ipotesi, che sarebbe la seconda motivazione, e cioè che fosse proprio lo stesso Caravaggio a non ritenere più opportune le due opere al compimento della nuova spazialità architettonica della Cappella Cerasi. Mentre il primo dipinto della Conversione di San Paolo, dopo essere passato di mano in mano, finì nella collezione privata della famiglia Odescalchi di Roma, che oggi, ancora, la possiede, non è, invece, chiaro il destino del secondo dipinto, quello della prima Crocefissione di San Pietro, di cui oggi si sono perse le tracce.


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