E’ successo oggi… 4 febbraio, L’arte di Settimio Severo

E' successo oggi... 4 febbraio, L'arte di Settimio Severo

Sopra: Torre poligonale delle mura di Eboracum (York)

Il 4 febbraio di 1801 anni fa, moriva a York, che all’epoca si chiamava Eboracum, nel Regno Unito di Gran Bretagna, uno degli Imperatori più importanti della storia, che ha avuto un ruolo determinante anche per lo sviluppo dell’arte e dell’architettura. Il Princeps in questione si trovava nella lontana Britannia per una importante campagna militare che decise di comandare direttamente, a partire dal 208 d.C., fino all’anno della sua morte, nel 211 d.C. Stiamo parlando del grande Imperatore Romano Settimio Severo.
Lucio Settimio Severo nacque nella splendida città di Leptis Magna (dei cui scavi archeologici torneremo a parlare), nell’odierna Libia, l’11 aprile del 146, e dopo aver compiuto una fulgida carriera come generale, divenne Imperatore dal 193 alla sua morte, dando inizio alla dinastia severiana, ai quali appartennero gli imperatori Caracalla, Geta, Eliogabalo ed Alessandro Severo.

Sotto, a destra: l’arco di Settimio Severo a Leptis Magna

Con la morte di Marco Aurelio nel 180, il figlio e successore Commodo dovette intervenire sui confini settentrionali della Britannia, per respingere alcune invasioni di genti barbare che erano giunte sino ed oltre il vallo di Adriano. Da questo episodio e dal conseguente successo deriva il Cognomen ex virtuteBritannicus” di Commodo.
Dopo la morte di Commodo, una serie di accadimenti portarono a una nuova guerra civile, che mise il luce, dopo il breve principato di Pertinace, diversi pretendenti al trono, tra i quali Settimio Severo, Clodio Albino, Pescennio Nigro e Didio Giuliano. Clodio Albino, oltre ad essere governatore della Britannia, aveva ottenuto, con le sue tre legioni, varie vittorie sui barbari a nord del vallo di Adriano.
Settimio Severo, però, che comandava le province occidentali europee ed africane, decise prima di nominare Albino come “Cesare”, quasi avesse scelto in questo il suo successore, in cambio del sostegno contro le armate romane orientali di Pescennio Nigro, poi, una volta liberatosi di Pescennio, vide anche nello stesso Albino un suo rivale, muovendogli guerra. Dopo averlo battuto nel 197 peresso Lugdunum (Lione), lo spinse al suicidio gettandosi sulla propria spada. Severo, così, divenne l’unico signore di Roma.
Con l’avvento di Severo, anche nell’ambito della produzione artistica ed architettonica inizia un nuovo corso. Non a caso, si parla, per questo periodo, di arte severiana per tutta la produzione della dinastia omonima, anche se per la stessa si intende anche quella del successivo periodo dell’anarchia militare, almeno fino a Gallieno. Proprio con questa inizia quel processo di rottura che culminerà con la rottura dell’arte tardoantica, che delinea il limite tra antichità e medioevo.

Sopra: “Tondo severiano”, uno dei pochi esemplari conservatisi di pittura su tavola dell’antichità. Rappresenta la famiglia imperiale di Settimio Severo: a sinistra la moglie Giulia Domna e, davanti, i figli Geta e Caracalla. Il volto di Geta è stato cancellato, probabilmente, dopo il suo assassinio da parte del fratello e la successiva damnatio memoriae. Si tratta, forse, di uno di quei ritratti imperiali che erano prodotti in massa per essere esposti in uffici ed edifici pubblici di tutto l’impero, perché la procedura legale romana prevedeva che alcuni documenti fossero firmati di fronte all’immagine dell’imperatore.

L’arte severiana si inserisce in un’epoca di forte crisi economica e di incertezza politica. Sotto Settimio Severo, Caracalla ed Eliogabalo avvenne una forte orientalizzazione della vita romana, con l’introduzione, tra l’altro, di culti misterici e orgiastici, che sfruttavano le esigenze di evasione mistica e irrazionale dal presente allora molto sentite e già coalizzate dallo stoicismo e dal Cristianesimo, seppure con un’attitudine meno elitaria.

Sopra: Panorama delle Terme di Caracalla – Sotto, a destra: la Colonna Antonina

Le opere realizzate in questo periodo mostrano, semplificando, elementi comuni che le rendono distinguibili. Con la dinastia severa si tornò al mecenatismo in grande stile che aveva caratterizzato i primi secoli dell’Impero, mentre negli ultimi decenni precedenti, in particolare sotto gli Antonini, si era assistito a un sempre maggiore interesse per le province – anche perché Roma, dopo oltre 150 anni di continua attività edilizia pubblica, era ormai satura.
Con i Severi si realizzarono grandiose opere nell’Urbe: le Terme di Caracalla, quelle di Alessandro Severo, l’ampliamento della reggia imperiale sul Palatino. Molti dei monumenti conservati dal periodo precedente ai Severi sono di carattere tradizionale, come il Tempio di Antonino e Faustina, del Divo Adriano, la colonna Antonina, ma, allo stesso modo, lo è anche l’arco di Settimio Severo. Già a partire dalle opere antonine si assiste alla tendenza, poi confermata da quelle severiane, di un disgregamento del gusto classico inaugurato da Augusto quasi due secoli prima. In campo architettonico, però, bisogna guardare alle periferie della capitale, agli edifici, ad esempio, commerciali e residenziali per comprendere la portata del cambiamento. Si può notare, ad esempio ad Ostia, una maggiore attenzione agli scopi funzionali. Nell’interno degli edifici, in generale, c’è una maggiore attenzione alla relazioni spaziali, mentre, all’esterno, si nota una prograssiva eliminazione degli ordini classici, che, invece, rimasero in auge dove erano riusciti a fondersi, felicemente, con la nuova architettura del calcestruzzo.
Per quanto concerne le opere realizzate sotto Settimio Severo, bisogna distinguere tra quelle prodotte a Roma e quelle in Africa. I primi hanno una natura fortemente espressionistica, mentre i secondi sono aulici e più vicini alla tradizione classica, e maggiormente influenzati dalla cultura e dalle maestranze orientali.
In questo articolo, però, parleremo solo di uno dei due monumenti romani edificati sotto Settimio Severo, rimandando in un altro specifico articolo la descrizione dei preziosi reperti di Leptis Magna.

Sopra: l’arco di Settimio Severo visto dal Foro. Sullo sfondo il Campidoglio – Foto di Feuillu (Pierre Metivier) su Flickr

Nell’Urbe i monumenti severiani più importanti sono due archi: quello omonimo nel Foro Romano e quello degli Argentari nel Foro Boario (foto a sinistra).
A differenza della città libica, nella capitale è poco credibile la presenza di artisti di provenienza orientale, ed anzi si trovano ancora molti fiferimenti alle opere di età antonina, oltre che una originale combinazione con elementi desunti dall’arte plebea e provinciale.
Il magnifico arco trionfale di Settimio Severo è uno dei monumenti meglio conservati del Foro Romano, ed è l’opera che oggi vi racconto. Con i suoi tre fornici, quello centrale più grande, si insinua nell’angolo nord-ovest del Foro, innalzandosi sopra un basamento di travertino, al quale si poteva accedere, all’inizio, solo attraverso delle rampe di scale.


Sopra: Pianta archeologica del Foro Romano, modificata da una scansione su due pagine del libro “The Topography and Monuments of Ancient Rome” di Ball Platner edito nel 1904. Si può notare lo spazio della piazza forense, con gli ingressi monumentali

Venne eretto tra il 202 e il 203, per volere del Senato e dedicato all’Imperatore e ai suoi due figli per celebrare le vittorie sui Parti degli anni 195-198.
L’arco costituiva, insieme a l’arco di Augusto sul lato opposto, all’arco di Tiberio, di Giano, e al portico di Gaio e Lucio Cesare uno degli accessi alla piazza del Foro, pedonale, perché i gradini sotto gli archi impedivano l’accesso alle ruote (nemmeno oggi esistono, a Roma, aree pedonali così… SEVERE).

Sopra: l’arco di Settimio Severo con, sullo sfondo, la facciata barocca della Chiesa dei Santi Luca e Martina di Pietro da Cortona – Foto di RomeCabs su Flickr

L’imponenza dell’arco è scritta nei numeri: 23 m di altezza, 25 di larghezza, 12 ca. di profondità. La sua stabilità è assicurata dall’opera quadrata in marmo. Grandi colonne su alti plinti scolpiti inquadrano gli archi, e spogendo dal corpo dell’edificio costituiscono il primo esempio che ci è giunto conservato, a Roma, di colonne libere anziché addossate.
Originariamente, sul piano attico, insisteva una gigantesca quadriga e altre sculture, così come ci perviene dalle monete.
Il corredo scultoreo dell’arco è di grande importanza e dimesione.

Sui plinti delle colonne sono raffigurate scene con soldati romani con prigionieri parti (foto sopra). Colpisce la connotazione fortemente chiaroscurale delle sculture, che accompagna lo stile classico dell’arte ufficiale. Tutti i decori hanno, alla base, una struttura fortemente allegorica e simbolica, ed ha lo scopo di esaltare l’eternità e l’universalità dell’Impero.

I due pannelli centrali, separati dall’attico con la dedica, che circondano il grande fornice sono decorati da Vittorie con trofei, che volano sopra genietti che simboleggiano le quattro stagioni (foto sopra). Anche attorno ai fornici minori si trovano motivi simili, ma vi sono raffigurati dei fiumi. Nelle chiavi degli archi sono rappresentati gli déi antichi, come Marte, Ercole, Libero, Virtus e Fortuna. Sulle chiavi dei fornici minori insiste una fascia, decorata ad altorilievo raffigurante una processione trionfale, che separano i pannelli inferiori da quello superiore di straordinarie dimensioni. Sono proprio questi quattro grandi spazi decorati (due per faccia), gli elementi più interessanti del partito scultoreo. Celebrano le campagne di Settimio Severo in Mesopotamia, organizzate in fasce orizzontali da leggere dal basso verso l’alto, come consueto nella pittura trionfale e nelle narrazione da essa derivate (colonna Traiana, colonna di Marco Aurelio, ecc.).

Sopra: parte laterale della fronte dell’arco. Si possono apprezzare i decori interni ed esterni del fornice inferiore, la fascia divisoria con la processione e il pannello con le scene della guerra partica

Secondo le interpretazioni, queste scene scolpite vennero create partendo da delle pitture che narravano i fatti della guerra inviate dalla Mesopotamia al Senato in preparazione del trionfo, mai effettuato dell’Imperatore.
Rispetto alle due famose colonne coclidi romane, la Traiana e l’Antonina, le partiture dell’arco severiano presentano la stessa tecnica narrativa essenziale, resa qui ancora più sintetica e quasi iconica dall’ornato spesso sommario.
Il messaggio è veicolato da gestualità dirette e situazioni di semplice comprensione, più che alla raffinatezza dei rimandi o alla definizione della ambientazione.


Le figure vengono isolate e rese tramite una piatta, pittorica, come quella di certi bassorilievi bizantini e medievali, ma al tempo stesso anche l’ombreggiatura dovuta al forte scavo della pietra gioca un ruolo decisivo nell’estetica delle partiture. La stessa figura umana non è più quella plastica e stereometrica di matrice classica, ma è appiattita in scene colme di altre raffigurazioni. Le figure animano con incisività la raffigurazione, inaugurando un linguaggio essenzialmente efficace, adatto a essere visto da distanza e al tempo stesso di rapida esecuzione, ed, inoltre, più economico.
Una tendenza che prenderà sempre più piede, poi, nell’arte tardoantica.

Sopra: vista dell’arco dal basso, con la decorazione della volta del fornice centraleFoto di eg65 (Elena Giglia) su Flickr

Interessante è anche il modo in cui viene raffigurato l’Imperatore, che, nella decorazione, è circondato dai suoi generali mentre parla alla folla. L’imperatore si trova su un piano rialzato, che emerge sulla massa dei soldati come un’apparizione divina, preannuncio della sempre maggiore concentrazione del potere dei secoli successivi, che cambierà anche la visione stessa del potere nell’arte. Tendenze che saranno alla base dell’Arco di Costantino, del secolo successivo.

Sopra: decoro interno del fornice, con la figura trionfante del PrincepsFoto di Edoardo Forneris su Flickr

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