E’ successo oggi… 7 febbraio, Il falo’ delle vanita’

E' successo oggi... 7 febbraio, Il falo' delle vanita'

Il 7 febbraio è una giornata triste per la storia del nostro paese. Sì, perché in seno allo splendore esoterico e al tempo stesso scientista del Rinascimento fiorentino, avvenne un rogo, che aveva lo scopo di cancellare non solo il pensiero, ma la memoria di questo. E, come sempre, quando l’essere umano ha necessità di eliminare fisicamente e spiritualmente qualsiasi cosa, alle spalle, guardando sullo sfondo ciò che domina è la paura. E come disse Leonida prima di sferrare l’attacco per cui è eternato, “il contrario della paura è l’amore”. Tutto questo, credo, non abbia proprio niente a che fare con la religione, la cui etimologia rimanda alla parola latina religio, cioè legare, collegare, rendere unito, il divino, ovviamente, all’umano. Questa, invece, è una storia di intrighi e di fanatismi, di santi che vengono visti come martiri e al tempo stesso come demoni. Una storia che continua a scriversi.
Il 7 febbraio del 1497 venne organizzato a Firenze il più famigerato “Falò delle vanità”. I seguaci di un magnetico frate domenicano sequestrarono e bruciarono, in pubblico, migliaia di oggetti durante la festa di martedì grasso. Questa vampa distruttiva aveva lo scopo di cancellare qualsiasi oggetto considerato potenzialmente immorale, oppure inducente allo sviluppo della vanità, come specchi, cosmetici, vestiti lussuosi, ed anche strumenti musicali. Bersaglio di Savonarola erano anche i libri considerati immorali, e, chiaramente, anche molte opere d’arte. Tra i vari oggetti distrutti in queste operazioni vi furono, secondo le testimonianze, alcuni dipinti originali che trattavano temi della mitologia classica eseguiti anche dal grande Sandro Botticelli, che, probabilmente, di persona, profondamente turbato dal messaggio del domenicano come vedremo, provvide a gettare nelle fiamme.

Sopra: Sandro Botticelli, “Venere e Marte”, 1482-83. Il celeberrimo dipinto, oggi alla National Gallery di Londra, mostra la prima fase del Botticelli

Mentore e fautore fu il frate domenicano di origine ferrarese Girolamo Savonarola. Non fu certo il frate ad inventare questa pratica. Dalla damnatio memoriae antica alle azioni di San Bernardino da Siena la storia è colma di misfatti perpetrati contro le inermi opere d’arte (a sinistra: “Ritratto di Girolamo Savonarola”, 1498 circa, di Fra Bartolomeo).
Chiaramente, parliamo di delitto, quando queste non siamo portatrici di messaggi ignominiosi… anche se, in questo senso, stento a credere che si possa parlare di arte.
Savonarola era riuscito ad inserirsi nel vuoto di potere lasciato dai Medici a Firenze. Era giunto nel 1490 nella città toscana, cominciando la sua azione di apocalittici sermoni e predizioni, inneggiando ad un rinnovamento della Chiesa, della cultura e dei costumi, ammonendo le folle con moniti spaventosi che presagivano catastrofici avvenimenti sull’opulenta Firenze. Ottenne il favore delle classi meno abbienti, ma, ovviamente, la completa avversione della fazione dei Medici. L’infuocato pulpito del ferrarese spinse lo stesso Lorenzo il Magnifico ad ammonirlo di non tenere simili discorsi, ma il frate rispose al signore prefigurando la sua prossima morte ( a destra: la statua di Lorenzo il Magnifico agli Uffizi).
Nel clima di spavento creato da Savonarola, ogni accadimento sembrava confermare il mistico profeta. Lorenzo morì, infatti, poco dopo, nell’aprile del 1492 nella sua villa di Careggi, la vera culla dell’accademia neoplatonica di Ficino, confortato dalla richiesta benedizione del Savonarola, come testimoniò il Poliziano. Negli stessi mesi era stato eletto al soglio Alessandro VI, uno dei più discussi papi della storia, il cardinale Rodrigo Borgia.
La discesa di Carlo VIII di Francia in Italia venne riletta nelle prediche appassionate di Savonarola come l’avverarsi delle sue profezie apocalittiche.

Sopra: la villa Mediacea di Careggi, sede dell’Accademia Neoplatonica

Il successore di Lorenzo, Piero, detto “il Fatuo”, cedette con troppa leggerezza alle esose condizioni del re francese e così nel 1494 venne rovesciato dalla popolazione, che proclamò la rinascita della Repubblica di Firenze, dopo che Cosimo il Vecchio de’ Medici l’aveva trasformata, nel 1434, in Signoria.

Sopra: i Ritratti degli esponenti della famiglia de’ Medici, prodotti dalla bottega del Bronzino. Nella fila in alto, da sinistra: Cosimo il Vecchio (il secondo), Lorenzo il Magnifico (il quarto), Piero il Fatuo (il sesto). Nella fila in basso, da sinistra: Papa Leone X (primo), Clemente VII (terzo).

Da questo momento la vita pubblica di Firenze venne fortemente influenzata dallo spirito creato dal frate.
Nel 1495, però, l’Impero, la Spagna, il Papa, Venezia e Ludovico il Moro concordarono un’alleanza contro Carlo VIII (a sinistra: Anonimo, “Ritratto di Carlo VIII di Valois, Re di Francia“). Era, comunque, necessaria la partecipazione anche di Firenze, per impedire ogni possibilità di ritirata di Carlo, ma, ovviamente, sia Firenze sia Savonarola erano dalla parte dei francesi. Carlo VIII, ormai padrone del Regno di Napoli, vi lasciò metà delle sue truppe e col resto delle truppe si affrettò a ritornare in Francia. Dopo essere entrato nell’Urbe, disertata dal Borgia, fuggito prima ad Orvieto e poi a Perugia, si diresse a nord. Dopo aver incontrato il Savonarola a Poggibonsi, assicurando al religioso il suo appoggio contro i Medici e contro il Papa, continuò la sua risalita della penisola. Nel frattempo gli Aragonesi erano tornati in possesso del loro Regno e così le sorti della Repubblica teocratica di Savonarola sembrano non essere più così luminose.
Alessandro VI cercò di riportare sotto il suo controllo il domenicano, ma senza molti successi, anzi, il Savonarola dette il suo diniego, adducendo scuse, all’invito a Roma del Papa (a sinistra: Cristofano dell’Altissimo, “Ritratto di Alessandro VI Borgia”, XVI sec.).
L’attrito con il Borgia sfociò nell’accusa di eresia nel 1495, che poi si ridusse a un ordine di astensione predicazioni, in attesa di future decisioni.
Savonarola obbedì ma non restò inoperoso, pubblicando alcune delle sue opere più conosciute. La quiete era solo momentanea. Nel 1496 il dissidio con il papato divenne senza ritorno, con una pubblica accusa, da parte del religioso, alla curia romana di gravissimi peccati di condotta.
Alessandro VI gli offrì, tramite il domenicano Lodovico da Valenza, la nomina a cardinale a condizione che arrivasse a ritrattare le passate critiche alla Chiesa e se ne astenesse nel futuro. Fra Girolamo, senza dubbio, rifiutò assieme ad una pubblica diffamazione del papato.
Nel maggio del 1497 ricevette la definitiva scomunica del Papa, anche se oggi tale documento sembra essere un falso.
Dopo la scomunica Savonarola continuò la sua crociata contro i vizi della Chiesa con più ardente veemenza, ma, venuto meno l’appoggio francese, venne messo in minoranza rispetto al risollevato partito dei Medici che, nel 1498, lo fece arrestare e processare per eresia. Dopo feroci torture, venne condannato ad essere bruciato in piazza della Signoria con due suoi confratelli.

Sopra: “Il rogo in Piazza della Signoria” (Anonimo, 1498, Museo di S. Marco, Firenze)

Il 23 maggio 1498, alla vigilia dell’Ascensione, i tre religiosi, dopo aver subito la degradazione da parte del Tribunale del Vescovo, furono avviati verso il patibolo, innalzato nei pressi della Fontana del Nettuno (in seguito compiuta da Bartolomeo Ammannati). Dopo l’esecuzione, le ceneri dei tre frati, del palco e d’ogni cosa arsa furono vennero gettate in Arno, per evitare che venissero sottratte e fatte oggetto di venerazione da parte dei molti seguaci del Savonarola mescolati fra la folla. Il luogo, comunque, dove avvenne l’esecuzione apparve il giorno seguente coperto di fiori. Sì iniziò, così, una tradizione che vive ancora oggi. Nel punto in cui avvenne l’esecuzione oggi vi è attualmente la lapide circolare che ricorda dove fu giustiziato il frate. La lapide, in granito rosso, porta un’iscrizione in caratteri bronzei.

Sopra: la lapide che ricorda il luogo dell’esecuzione di Girolamo Savonarola in piazza della Signoria

La vicenda di Savonarola ebbe degli influssi determinanti sulla scena dell’arte fiorentina. Basti pensare a Sandro Botticelli. A partire dall’avvento del domenicano, la produzione del pittore iniziò a rivelare i primi segni di una crisi interiore che culminò nell’ultima fase della sua carriera in un esasperato misticismo, volto a rinnegare lo stile per il quale egli si era contraddistinto nel panorama artistico fiorentino precedente, e cioè nella sua capacità di interpretare in una chiave nuova la mitologia e i simbolismi classici. Soprattutto dopo la morte di Lorenzo il Magnifico (1492), nell’artista maturò un profondo ripensamento della cultura precedente, condannando i temi mitologici e pagani, la libertà dei costumi, l’ostentazione del lusso. Il frate attaccò duramente i costumi e la cultura del tempo, predicendo la morte ed oscuri presagi su Florentia, imponendo penitenza ed espiazione dei propri peccati, dove prima aveva dominato la rilettura del Simposio di Platone e la Magia Naturalis del Corpus hermeticum.
Botticelli fu, insieme a molti altri artisti come Fra’ Bartolomeo e il giovane Michelangelo, profondamente scosso dalla predicazione  del frate utraconservatore e teocratico.

Sopra: Sandro Botticelli, “Natività mistica”, 1501

Non è chiaro e non è nemmeno documentata una diretta e pubblicaadesione di Botticelli alle idee del domenicano, ma è comunque sconcertante il cambiamento di rotta della sue attività artistica. Nelle sue opere tarde possono essere rintracciate alcune delle tematiche del frate domenicano, come nella Natività mistica e nella Crocifissione simbolica, che testimoniano almeno una sua forte attrazione verso la carismatica personalità del profeta ferrarese. Non dovette essere un caso che dopo il 1490 Botticelli cambiò le tematiche della sua arte dedicandosi esclusivamente a temi sacri. Questa, però, è un’altra storia.

Sopra: Sandro Botticelli, “Crocifissione simbolica”, 1502

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