E’ successo oggi… 13 febbraio, Il bombardamento della “Firenze sull’Elba”

Immaginate una città meravigliosa, bagnata da un fiume languido nel quale si specchiamo incantevoli architetture barocche. Atmosfere nordiche, neve e luci nella nebbia. Slanciate cuspidi e vertiginose cupole contro la luna.
Immaginate la stessa città, illuminate dalle fiamme infernali delle bombe incendiarie, riarsa fin nelle sue viscere, annientata nella sua popolazione, nella sua storia, nella sua arte.
Ascoltate, poi, il silenzio svuotato e spaventoso, senza speranza, del massacro di più di 20 000 vittime.
Questa è Dresda.

Sopra:le rovine del centro storico di Dresda dopo il bombardamento del 1945. Fonte: Deutsches Bundesarchiv su Wikimedia Commons

Tra il 13 e il 15 febbraio del 1945, la “Firenze sull’Elba” – così era definita Dresda per le sue magnificenze artistiche – subì un bombardamento da parte della Royal Air Force britannica e della United States Army Air Force statunitense. Fu uno degli avvenimenti più tragici della seconda guerra mondiale, con la completa distruzione della città tedesca e la morte di un numero sterminato – e mai completamente appurato – di persone.

Sopra: Dresda e l’Elba ai primi anni del ’900 – Fonte: USA “Library of Congress” su Wikimedia Commons. Sotto, a sinistra: rovine di Dresda – Fonte: “Deutsche Fotothek” su Wikimedia Commons

La vicenda di Dresda ha qualcosa, permettetemelo, di emblematico… sembra assurgere a una dimensione simbolica, coagulando, al tempo stesso, l’espressione di quanto di più bello la cultura tedesca aveva prodotto e quanto di più tremendamente oscuro questa aveva stessa concepito con il nazismo.
Le descrizioni del bombardamento sono sconvolgenti. Non le riporto perché non amo parlare, morbosamente, degli orrori della guerra. Voglio solo ricordare che il bombardamento avvenne di notte, creando quella che viene definita “tempesta di fuoco” – potete trovare informazioni nella rete su cosa questa sia – raggiungendo temperature anche di 1500 °C.

Sotto, a destra: rovina della Hofkirche – Fonte: “Deutsche Fotothek” su Wikimedia Commons

Il centro della città fu completamente raso al suolo, con la distruzione di migliaia di abitazioni, decine di edifici scolastici, ospedali, chiese, industrie, ecc., tra cui il comando principale della Wehrmacht. La cifra dei morti totali è stata sempre oggetto di moltissime controversie: per le maggiori fonti, nel bombardamento morirono tra le 25 000 e le 35 000 persone, secondo altre, alcune anche autorevoli, si potrebbe arrivare anche a più di 200 000 vittime.
Con la distruzione della città andò, quasi integralmente, perduto l’immenso patrimonio artistico, soprattutto architettonico, della città. Dopo la guerra, e ancora di più dopo la riunificazione della Germania, vennero spese molte risorse per ricostruire Dresda com’era prima del bombardamento. Nonostante le buone intenzioni di recuperare la città, gran parte del centro storico è stato irrimediabilmente perduto e gli sconfinati spazi creati dalle demolizioni postbelliche vennero occupati da nuove costruzioni. Alcuni tra i più importanti monumenti e simboli cittadini, vennero, però, ricostruiti “com’erano e dov’erano” attraverso la documentazione fotografica e di archivio disponibile, anche se questo processo è stato solo parziale e molto lento.

Sopra: la Frauenkirche in una foto, prima del 1890

Tra tutte le architetture di cui potrei parlarvi tra le più belle di Dresda, non posso che iniziare dalla Frauenkirche, il vero vessillo della città sull’Elba. Questa, che veniva considerata come la più bella chiesa luterana dell’intera Germania, venne colpita gravemente nel bombardamento e la sua virtuosistica cupola andò in fiamme per due giorni, per poi crollare su se stessa.
La chiesa fu progettata dall’architetto George Bähr ed innalzata tra il 1726 ed il 1743, poi portata a termine da Johann Georg Schmid. L’edificio interpreta il barocco italiano in una chiave tutta nordica, come le chiese di Neumann. La chiesa, inoltre, esprime il nuovo spirito liturgico protestante, con la collocazione dell’altare, del pulpito e della fonte battesimale centrata verso l’intera congregazione (a sinistra: pianta dell’edificio).
Nel 1736 venne posto all’interno della chiesa un organo realizzato dal celebre Gottfried Silbermann, suonato lo stesso anno anche dall’immenso Johann Sebastian Bach.
La costruzione della Frauenkirche ha rappresentato una della massime vette del barocco, esemplificato dalla vertiginosa cupola alta 96 m, che ha donato alla città di Dresda quel profilo reso immortale dalla rappresentazione di Bernardo Bellotto, nipote del Canaletto,  e dal norvegese Johan Christian Dahl.

Sopra: Bernardo Bellotto, “Piazza del mercato nuovo a Dresda”, 1747. Sotto: Johan Christian Dahl, “Veduta di Dresda in piena Luna”, 1839. In entrambi i dipinti si riconosce la caratteristica cupola della chiesa luterana

Sotto, a destra: le rovine della Frauenkirche, alle spalle del monumento a Lutero, nel 1958 - Fonte: Deutsches Bundesarchiv su Wikimedia Commons

Dopo la distruzione nel 1945, rimase in rovina per quasi mezzo secolo, come lo scheletro scarnificato di un titano, a differenza di altri edifici simbolo, come la Hofkirche, ricostruita dal governo della DDR, la Germania Est. L’amministrazione filosovietica la volle elevare, così, a emblema delle violenze della guerra (come si vede nelle foto a destra e sotto, a sinistra). La ricostruzione del capolavoro barocco venne stabilita solo dopo la caduta del muro di Berlino, tornando ad essere consacrata il 30 ottobre 2005, dopo 60 anni.
L’iniziativa di ricostruire la grande chiesa è dovuta alla volontà dei cittadini che, con il “richiamo da Dresda” decisero di impegnarsi in questo grande progetto, grazie anche alla guida del musicista Ludwig Güttler. Il 13 febbraio del 1990, il neonato movimento, in occasione dell’anniversario del bombardamento, si all’opinione pubblica mondiale, determinando un sensazionale iniziativa che ottenne consensi anche a livello internazionale. Dei circa 125 milioni di euro di spese necessarie per la ricostruzione, circa 100 milioni vennero raccolti grazie ad offerte private raccolte in Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e in tanti altri paesi. Quando si dice che nulla è impossibile!
Fu così possibile realizzare il restauro, che fu assai laborioso. Si dovette procedere prima allo sgombero delle macerie, fino al 1994.

Sopra: i frammenti delle rovine della chiesa in attesa di essere ricomposti – Fonte: Wikimedia Commons

Si decise di restaurare la Frauenkirchequanto più fedele all’originale. Oltre che grazie alla documentazione rimasta, molto completa, conservata e dettagliata, questo è stato possibile perché parte delle rovine superstiti sono state inserite nella ricostruzione, utilizzando quasi il 50 % dei mattoni originali, il tutto assistito dalle più avanzate tecnologie. È possibile, a colpo d’occhio, comprendere la differenza tra le parti e le componenti originali dell’edificio e quelle di restauro grazie alla differenza cromatica assi visibile.

Si cercò, inoltre, il più possibile, di utilizzare le tecniche edilizie ed artistiche originali, in particolare nelle splendide decorazioni.
Nel 1996 era completata la ricostruzione della volta della cripta, nel 2002 tutti i lavori di assemblaggio vennero completati.
La croce dorata che sovrasta la cupola venne donata dai britannici in segno di riconciliazione con la città di Dresda. L’intervento sembra, in parte, interpretare i principi-guida del restauro: distinguibilità, reversibilità, compatibilità fisicochimica, autenticità espressiva. Meno convincente, invece, se si considera la concezione progressiva e “critica” del restauro (inteso come atto proprio del tempo presente) e non una congelante, regressiva linea di ripristino più o meno filologico o “in stile”. Nel caso di Dresda era però impossibile pensare a qualcosa di diverso: il recupero è un’azione fortemente simbolica, che ha lo scopo di far rinascere nel senso letterale del termine la fenice dalla ceneri.

La nuova vita della chiesa segna l’inizio di un nuovo percorso, segnato dalla condivisione e dalla pace fra i popoli europei, speriamo non compromesso dal dominio malevolo del dio denaro, così come sta accadendo in questo momento in una delle culle della cultura d’Europa, la Grecia. Dresda è un grande monumento, nel senso etimologico del termine: dal latino monumentum, “ricordo”, ma anche ammonimento, monito. Così scrisse il grande erede di Jung:

La riposta estetica conduce all’azione politica,
diventa azione politica,
è azione politica

(James Hillman, Politica della bellezza)

…no, non la politica come la intendiamo oggi… ma quella che deriva dalla parola greca polis, “città”, che ha la stessa radiche di poly, molti, tanti, e quindi la collettività, la società… insomma, il contrario della parola privato!

Dresdener Frauenkirche from Edgar Loehr on Vimeo.


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