E’ successo oggi… 18 febbraio, “Lievat’a'sott”

Il 18 febbraio è un giorno importante per la storia dell’arte e dell’architettura. Pensate, nello stesso giorno sono nati e morti importantissimi artisti e architetti, come, considerando i più noti, Leon Battista Alberti (Genova, 18 febbraio 1404 – Roma, 20 aprile 1472), Michelangelo Buonarroti (Caprese Michelangelo, 6 marzo 1475 – Roma, 18 febbraio 1564), Giuseppe Piermarini (Foligno, 18 luglio 1734 – Foligno, 18 febbraio 1808), Armando Brasini (Roma, 21 settembre 1879 – Roma, 18 febbraio 1965), Beato Angelico (Vicchio, 1395 circa – Roma, 18 febbraio 1455).

Oggi però, nonostate la parata di giganti, vi voglio portare all’ombra del Vesuvio, nelle atmosfere sensuali della città partenopea, densa di sfumature contrastanti, mobili, fluttuanti. Andiamo alla scoperta di luoghi dal fascino traboccante e dalla bellezza occultata dall’indifferenza dall’italiano contemporaneo… si sa, i tesori sono sempre nascosti!
Dopo i due secoli di malgoverno dei Viceré spagnoli, nel 1734, come abbiamo già visto, venne eletto re Carlo di Borbone, così da inaugurare la dinastia che fino all’unificazione guidò il Regno di Napoli e Sicilia, poi delle Due Sicilie. Sotto il suo dispotismo illuminato il meridione vide una rinascita globale, espressa anche nelle arti e nelle realizzazioni architettoniche tra le più straordinarie d’Europa, come la Reggia di Caserta. Dopo il predominio di Cosimo Fonzago (Clusone, 12 ottobre 1591 – Napoli, 13 febbraio 1678) sulla scena delle arti partenopea, e del suo allievo e noto pittore Francesco Solimena, (Canale di Serino, 4 ottobre 1657 – Napoli, 5 aprile 1747), esordirono gli allievi di questo, tra cui il più dotato fu, senza dubbio, l’architetto di cui parliamo oggi, nato anche lui il 18 febbraio del 1675: Ferdinando Sanfelice.
Al Sanfelice dobbiamo ascrivere una stagione briosa e originalissima dell’architettura napoletana, prima dell’internazionalismo classico tardobarocco imperniato sulle figure di Fuga e Vanvitelli.
Ferdinando Sanfelice costituisce per Napoli la stessa alternativa che rappresentarono a Roma il Raguzzini e il Valvassori.

Sopra: Filippo Raguzzini, piazza Sant’Ignazio a Roma, 1727-28

La sua è un’architettura eterodossa, sfuggente, personalissima, vivace e ricca di conflitti. È animata dalla stessa fantasia dirompente del teatro di Napoli, scenografica ed elegante come l’oreficeria e la pasticceria partenopea. Come Juvarra, la produzione di Sanfelice ha la stessa anima provvisoria e meravigliosa delle scenografie.
Il nostro edificò, già dai primi anni del ‘700, alcune chiese tra le più particolari di Napoli, come la Chiesa della Nunziatella, un connubio riuscito di architettura e decorazione. È, però, nelle architettura civili che il Sanfelice ha dato il meglio di sé, in particolare nel disegno di scalinate, nel quale fu impareggiabile.

Sopra: la scala detta ad “ali di falco” del Palazzo dello Spagnuolo, 1738 – Sotto, a destra e a sinistra: Palazzo Sanfelice, il portone e il vestibolo

È impossibile riportare la complessità, l’arditezza, la varietà e l’eccezionalità delle scale progettate e realizzate da Sanfelice.
La scala stessa è l’elemento principe del barocco napoletano nella sua declinazione architettonica civile.
La scala sanfeliciana, che divenne uno degli aspetti che furono più reinterpretati dagli allievi del maestro partenopeo, e in generale i collegamenti verticali dei palazzi barocchi del meridione, s’innestano nel cortile creando un diaframma articolato di una miriade di aperture e sfondamenti, che diviene così uno scenografico punto di fuga della visuale d’insieme del palazzo e al tempo stesso uno spazio particolare di socialità. Così nel ‘700 questo magniloquente elemento architettonico, che esprime perfettamente la teatralità della vita napoletana, fatta di un equilibrio solo qui realizzato tra privato e pubblico, retorico e vernacolare, si sviluppò come vero e proprio modello da seguire ed eseguire non solo nelle nuove realizzazioni ma anche in quelle già esistenti.
La scale di Sanfelice, e, dopo di lui, dei suoi emulatori, sono delle vere quinte che si aprono al visitatore dopo le facciate chiuse vere e proprie, nel quale emergono, con un piglio goticheggiante, le reti strutturali in una ricerca strutturale virtuosistica che fece dell’architetto un vero mito vivente… tanto che gli venne affibbiato il soprannome di Ferdinando “Lievat’a'sott” (letteralmente, “lavati da sotto”, perché le sue architetture sembravano ai più tanto ardite da stare per crollare).

Sopra: il Palazzo dello Spagnuolo in una vista satellitare

Tra le scalinate più famose del Sanfelice va annoverata quella chiusa del Palazzo Di Majo (di cui, purtroppo, non ho immagini), che si trova in via Mezzocannone, considerata dal suo biografo De Dominici come la più stravagante di Napoli. In effetti si tratta di un vano scala con una pianta che ricorda quella borrominiana di San Carlino a Roma, in una teoria di rampe convesse con degli sbalzi delle volte sorprendenti.
Le scale aperte più celebri sono quella del Palazzo dello Spagnolo, in via Vergini nel rione Sanità, e quella del Palazzo Sanfelice, la residenza del nostro, in via Sanità, che realizzano una spettacolare visione di cortile diaframmati dai leziosi corpi scala, rendendo esemplare lo schema che diverrà il più applicato nell’architettura civile napoletana: portale – vestibolo – cortile.
Il motivo della scala aperta sanfeliciana fu ripreso anche da architetti di successiva formazione, fino al XIX secolo.

Da non perdere le realizzazioni di uno dei proseliti del Sanfelice, Nicola Tagliacozzi Canale. Pittoreschi e fuor dal comune, infatti, gli scorci offerti dagli scaloni aperti di Palazzo Mastelloni, in piazza Carità, di Palazzo Trabucco, in via San Liborio e di Palazzo Costantino alla Costigliola, in via San Giuseppe dei Nudi.

Sopra: Palazzo Mastelloni – Sotto: Palazzo Trabucco

Poi, lo dicono tutti, fare la scale fa bene alla salute…


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