E’ successo oggi… 28 aprile, La ri-nascita dell’Auriga di Delfi

Particolare del Partenone

Secoli di oscurità. Secoli di oblio. Secoli senza poter ammirare una delle più alte realizzazioni della scultura dell’antica Grecia.
Sarà questa grande opera a condurci nel pieno del periodo dell’Età dell’Oro, il Periodo Classico, gli anni dominati dalla Atene di Pericle e di Fidia.

Santuario di Apollo a Delfi

Il 28 aprile del 1896, durante degli scavi fra i resti di una casa, venne scoperta la parte inferiore della statua di bronzo conosciuta come l’Auriga di Delfi. La magnifica scultura, portata definitivamente alla luce, in modo integrale, il 9 maggio seguente, venne ritrovata negli scavi del santuario di Apollo a Delfi, e faceva parte di una quadriga, commissionata da Polizelo, il tiranno di Gela in Sicilia, probabilmente per celebrare una vittoria ottenuta nella corsa con i carri, ed è ascrivibile al un periodo attorno al 475 a.C. Secondo quanto mi è stato indicato da Simone Incorvaia, un nostro amico su Facebook, che ringrazio per questo utile e attento approfondimento, questo capolavoro non sarebbe stato commissionato da Polizelo. Citando il testo di Emanuele Zuppardo e Salvatore Piccolo, TERRA MATER sulle sponde del Gela Greco, Betania Editrice, 2005, pp. 63-64, Simone Incorvaia mi ha riferito che visto che l’iscrizione sulla base della scultura era stata abrasa, si pensa che questa fosse stata commissionata da Gelone, fratello di Polizelo. Gelone morì prima che l’opera fosse consegnata, così il fratello ne approfittò per cambiare la targa.

“Auriga di Delfi”

L’autore del capolavoro è ignoto; le ipotesi maggiormente veritiere rintracciano la paternità della statua in Sotade di Tespie, in Pitagora di Reggio o in Pitagora di Samo.

La testa dell’ “Auriga di Delfi”

Rispetto ad altre opere della stessa epoca, l’Auriga ci appare ancora in un immobile equilibrio, con il corpo racchiuso in un architettonico chitone, ed ha la stessa severità del Cronide di Capo Artemisio. I raffinatissimi capelli cesellati sono cinti dalla benda, simbolico premio della gara. Nonostante il corpo sia leggermente incurvato all’indietro nel gesto di governare i cavalli, la scultura non è caratterizzata da un significativo dinamismo.

"Efebo" di Kritìos

La precedente scultura arcaica è ormai superata, ma non nel modo innovativo di altre opere. La trasformazione della posa statica dell’arte più antica verso la creazione di organismi complessi, vitali come corpi reali, si può rileggere nei più importanti modelli di questa epoca.

"Kleobi e Bitone", esempi di kouroi dorici, seconda metà del VII sec. a.C.

In primis nel coevo Efebo di Kritìos (480 a.C. ca.), la cui impostazione anticipa la grande scultura di Policleto. Il giovane ragazzo ruota leggermente la testa, e si appoggia sulla gamba sinistra leggermente arretrata, così da manifestare una sottile rotazione del bacino che dallo stesso lato, così, si solleva. Questa soluzione, mantenendo inalterata la frontalità, è, però, una completa innovazione rispetto alla rigida impostazione dei kouroi arcaici.

Il "Cronide di Capo Artemisio"

I "Bronzi di Riace"

Della stessa concezione sono i magnifici guerrieri noti con il nome di Bronzi di Riace, per la località calabrese del ritrovamento, la cui raffinatezza compositiva li fa considerare come di poco precedenti o contemporanei all’arte di Policlèto.
Di grande equilibrio è il già citato Cronide di Capo Artemisio (detto anche Zeus o Poseidon di Capo Artemisio), risalente al 460 a.C. Il dio è colto nell’atto di scagliare un fulmine o il tridente, con le gambe e le braccia divaricate, anche se il volto ed il corpo non sono pervasi da dinamismo, ma, anzi, il nume sembra avere l’espressione distaccata e iperuranica tipica dell’arte più antica.

Una continua ricerca tra stasi e movimento che sarà raggiunta proprio dal bronzista di Argo, Policleto.


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