E’ successo oggi… 5 maggio, “Fu vera gloria? Ai posteri L’ardua sentenza”

E' successo oggi... 5 maggio,

Francesco Hayez, "Ritorno in Roma delle opere d'arte trafugate da Napoleone", 1817. Affresco al Museo Chiaramonti, Roma.

…tutti sappiamo una poesia a memoria. Quelle che ci sono state insegnate da bambini ci accompagneranno per tutta la vita… tra queste, riecheggia nella mia mente Carducci con “La nebbia a gl’irti colli…”, oppure le ungarettiane folgorazioni. Però, immortale, la lirica di Manzoni, che a tutti è toccato recitare:

IL CINQUE MAGGIO

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza…

Alessandro Manzoni

Il 5 maggio del 1820 morì a Sant’Elena il famigerato Napoleone Bonaparte.

Longwood House sull'isola di Sant'Elena, luogo dell'esilio di Napoleone

Come ho già più volte espresso in modo molto chiaro, nonostante questo personaggio sia stato uno dei più influenti e determinanti della storia, anche per molte positive innovazioni, non riesco ad accettare la sua politica di espropriazione artistica perpetrata in Europa nel corso degli anni infiammati in cui rivoltò il continente in lungo ed in largo. Per ironia della sorte, come sembra essere tipico degli italiani con “il potere”, anche lui predò a casa propria…  vi voglio raccontare una vicenda, che lega l’Imperatore illuminista, Canova, Quatremère de Quincy e ben due Papi.
Ci dobbiamo spostare nella Roma del 1797. Tra aprile e luglio di quell’anno, lunghi convogli lasciarono la Città Eterna, colmi di opere d’arte provenienti dalle raccolte e dalle chiese dello Stato Pontificio. La loro destinazione, secondo voi? Ma è chiaro, l’illuminata Ville Lumière!
Con la firma del disastroso trattato di Tolentino, il 19 febbraio del 1797, i francesi aggravarono ancora di più il precedente armistizio di Bologna, che prevedeva la cessione del versante appenninico-adriatico dello Stato Pontificio, governato da Pio VI Braschi, alla Francia; con il trattato, però, si garantiva la fine dell’invasione dei territori papali e delle ostilità.
Venne prevista una indennità di guerra di 36 000 000 di lire dell’epoca, la cessione della città di Avignone, e molte opere d’arte: oltre cento, fra statue e dipinti, vennero deportate a Parigi.
I gentili cugini d’oltralpe si arrogarono il diritto di entrare in tutti gli edifici (pubblici, privati o religiosi) per “strappare” tali opere (questa parte del trattato fu estesa, con i trattati del 1798, a tutto il territorio italiano).

Il Louvre

Questa ruberia con la quale la Francia riempì il Louvre, venne messa in dubbio anche da eminenti intellettuali, questi sì illuminati, di cui anche molti francesi, in particolare, il più accanito nel supportare questa posizione, fu Quatremère de Quincy che nel 1796 scrisse un pamphlet, Lettres à Miranda, in cui sosteneva il forte rapporto che lega l’opera d’arte al luogo a cui è stata destinata. Questo, però, lo vedremo meglio più in là.
Nonostante il trattato, appena un anno dopo, i francesi occuparono Roma, con la proclamazione conseguente della Repubblica Romana; il papa venne deposto come sovrano temporale e condotto in Francia nel 1799 come prigioniero di Stato.
Torniamo però alle opere che su lunghi convogli erano partite da Roma. Dopo essere state portate fino al porto di Livorno, furono imbarcate fino a Marsiglia e poi, risalendo Rodano, Saone e canali, arrivarono fino a Parigi.

Laocoonte, I sec. a.C – I secolo d.C, Musei Vaticani, Roma
“Apollo del Belvedere”, 350 a.C. circa. Musei Vaticani, Roma
“Torso di Belvedere”, II sec. a.C. circa. Musei Vaticani, Roma

Così, il 27 luglio 1798, il generale celebrò i propri trionfi con una sfilata, di “romana” memoria,  di opere di immensa bellezza, accolte, come ci è illustrato dai fratelli Goncourt, da un’enorme folla, A Parigi, così, confluirono opere italiane di ineguagliabile valore, come il busto detto Bruto Capitolino, il Laocoonte, l’Apollo del Belvedere, il Torso di Belvedere, le statue colossali del Nilo e del Tevere, la Venere Capitolina, l’Antinoo, il Galata morente, lo Spinario, l’Amazzone e tante altre sculture antiche conservate nei maggiori musei romani, come i Vaticani e Villa Albani, dipinti, tra cui la Trasfigurazione di Raffaello e la Deposizione di Caravaggio, ed anche i quattro cavalli di San Marco, tele di Tiziano e Veronese, prelevate a scapito della Serenissima dopo il trattato di Campoformio.

“Venere Capitolina”, Da originale di Prassitele (IV secolo a.C.). Musei Capitolini, Roma.
“Galata morente”, copia romana da un originale bronzeo del 230-220 a.C. circa. Musei Capitolini, Roma.

"Spinario", opera ellenistica. Musei Capitolini, Roma.

Raffaello Sanzio e Giulio Romano, "Trasfigurazione", 1518-1520. Pinacoteca Vaticana, Roma.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, "Deposizione", 1602-04, Pinacoteca Vaticana, Roma.

Morto in esilio Pio VI, che aveva avuto la lungimiranza, quando gran parte delle collezioni di statue classiche lasciava I’Urbe, forse per sempre, di provvedere a farne dei calchi, nel 1800, a Venezia, fu eletto papa Pio VII Chiaramonti che subito prese possesso di Roma.
Le ruberie e le spoliazioni francesi continuarono e divennero accanite quando, nel 1809, Napoleone, dopo essersi eletto imperatore, decretò la fine del potere temporale dei Papi e incarcerò Pio VII a Fontainebleau.

Il castello di Fontainebleau

Dopo le sconfitte di Napoleone a Lipsia e il precipitare degli eventi, il 24 maggio 1814 Pio VII rientrò a Roma.
Il suo pontificato fu speso in azioni di riforma, tra cui, fondamentali, furono, già a partire dal 1802, la promulgazione di leggi sulla salvaguardia dei beni storico-artistici dello Stato, importantissime e fondamentali anche per l’influenza che ebbero sugli sviluppi dell’organizzazione della tutela del Regno d’Italia e della Repubblica Italiana. Sempre nel 1802, Pio VII aveva, inoltre, nominato Antonio Canova Ispettore Generale alle Belle Arti. L’artista, in occasione del suo primo viaggio a Parigi, ebbe modo di lamentarsi con Napoleone per le feroci spoliazioni di Roma:

“Lasci Vostra Maestà [...] lasci almeno qualche cosa all’Italia. Questi monumenti antichi formano catena e collezione, con infiniti altri che non si possono trasportare né da Roma né da Napoli”.

In queste parole è racchiusa l’importanza storica di Canova, che va ben al di là solo delle sue grandiose opere. Il Canova, infatti, negli anni tra ’700 e ’800 è stato non solo una delle maggiori autorità per la conoscenza dell’ arte classica (fu lui a riconoscere la “vera carne” dei marmi che Lord Elgin aveva calato dal Partenone), ma, con probabilità, fu uno dei fondatori e fautori dei principi della tutela dei beni culturali.
All’inizio del 1815, Pio VII inviò a Parigi Antonio Canova, col titolo di ambasciatore, per chiedere la restituzione delle opere d’arte trafugate. Il re Luigi XVIII e il suo ministro Talleyrand non ne furono molto entusiasti. Canova aveva 58 anni e non molto in salute; il 28 è a Parigi (la battaglia di Waterloo e del 18 giugno 1815). La situazione era parecchio complessa, e solo gli inglesi, i prussiani e gli austriaci erano favorevoli alla restituzione delle opere d’arte sottratte. Alla fine del mese di settembre, il cancelliere austriaco Metternich lo autorizzò a recarsi al Louvre, dove venne accolto dal sarcasmo feroce del barone Vivant Denon, innalzato da Napoleone a direttore dei musei di Francia, oltre ad essere stato il deus ex machina delle spoliazioni, che apostrofò il genio neoclassico più che come “ambasciatore”, come “imballatore” del Papa. Grazie all’intervento degli austriaci e prussiani, l’artista riuscì a tornare al Louvre e, scortato dai soldati, cominciò a ritirare le opere d’arte da riportare a Roma. Degli oltre 100 capolavori sottratti, ne tornano a Roma 77; dei 115 quadri prelevati successivamente, circa la metà vennero recuperati. Forse perché il Papa non voleva irretire troppo il nuovo re dei francesi.

Francesco Hayez, "Ritorno in Roma delle opere d'arte trafugate da Napoleone", 1817. Affresco al Museo Chiaramonti, Roma.

Alla fine di ottobre, così, un gigantesco convoglio ripartì per per l’Italia, grazie anche ad un contributo economico notevole dato da William Hamilton, sottosegretario inglese per gli affari esteri. Nell’agosto del 1816, Roma aveva di nuovo molti dei suoi capolavori.
A qualcosa, però, le ruberie di Napoleone servirono. In considerazione, infatti, della perdita di molte opere d’arte a seguito del trattato di Tolentino, il pontefice, memore delle sue disposizioni precedenti, con il celebre Editto del Cardinal Pacca, datato 1820, creò la prima legge organica in merito di tutela del patrimonio culturale. Con questa proibì l’esportazione delle antichità dal suo Stato, dispose che ogni vendita poteva avvenire liberamente solo all’interno di Roma e, comunque, entro i confini statali. Ciò perché le opere d’arte dovevano “rimanere perennemente a ornamento insieme della Città e per servire allo studio e alla istruzione degli artisti e degli eruditi“. Si proibì, inoltre, dopo secoli di devastazioni perpretate dalla stessa Chiesa Cattolica, di danneggiare le “preziose memorie dell’antichità“. Inoltre, l’editto decretò che chiunque fosse in possesso di collezioni d’antichità o anche solo di pezzi antichi doveva farme denuncia alle autorità in modo da pervenire a un censimento delle opere d’arte necessario per la loro tutela. In questo modo, con il citato editto del 17 aprile 1820, le norme dell’editto del 1802 vennero rinnovate, precisate e accresciute.

La legislazione pontificia inerente alla tutela aveva una fonte d’ispirazione, non solo in Canova, ma anche in un suo amico, che abbiamo prima citato. Infatti solo pochi anni prima, nel 1796, Antoine Crisostome Quatremère de Quincy, teorico e storico dell’arte francese, ammiratore del Canova, aveva pubblicato un testo sotto forma di lettere riguardante proprio la spoliazione dell’Italia. Questo è noto come Lettres à Miranda (Lettres sur les préjudices qu’occasionnerait aux arts et à la science le déplacement des monuments de l’art de l’Italie). In queste lettere, Quatremère parte dalla constatazione che “il propagarsi dei lumi ha reso questo grande servizio all’Europa, che non esiste più nazione che possa ricevere da un’altra l’umiliazione del nome di barbara: in tutte le sue contrade si osserva una comunanza di istruzione e di conoscenze, un’uguaglianza di gusto, di sapere e di industria“. E non solo. Il francese sostenne, con delle vere parole di fuoco, che il progresso culturale, la tecnica, l’arte  “appartiene a tutti i popoli; nessuno ha il diritto di appropriarsene o di disporne arbitrariamente. Colui che volesse attribuirsi una sorta di diritto o di privilegio esclusivo sull’istruzione e sui mezzi di istruzione sarebbe ben presto punito per questa violazione della proprietà comune, dalla barbarie e dall’ignoranza. [...] Per il momento, se voi convenite sulla sola possibilità del pregiudizio che porterebbe all’istruzione generale dell’Europa il dislocamento dei modelli e delle lezioni che la natura, per sua volontà onnipotente ha posto in Italia, e soprattutto a Roma, voi converrete anche sul fatto che la nazione che se ne rendesse colpevole verso l’Europa, che contribuirebbe a rendere ignorante, sarebbe anche la prima a essere punita dall’ignoranza stessa dell’Europa, che ricadrebbe su di lei.
In riferimento alla città di Roma e dei suoi monumenti, Quatremère de Quincy, con passione scrisse che “Cosa farebbe la Potenza che scegliesse per esportarli e per appropriarsene alcuni di quei monumenti interessantissimi? Precisamente ciò che farebbe un’ignorante che strappasse da un libro i fogli in cui trova delle vignette [...]. Non convenite sul fatto [...] che ogni progetto di smembramento del museo di Roma, sia un attentato contro la scienza, un crimine di lesa istruzione pubblica?“. Questo perché Roma è “un intero mondo da percorrere, una sorta di mappamondo in rilievo, dove si possono vedere in compendio l’Egitto e l’Asia, la Grecia e l’Impero Romano, il mondo antico e moderno; e che aver visto Roma è aver fatto in un solo viaggio numerosissimi viaggi; e che, di conseguenza, disperdere i modelli di Roma è allontanare da coloro che studiano gli strumenti della scienza e gli oggetti delle loro ricerche.
Il 16 agosto 1796 cinquanta artisti indirizzarono, inutilmente, una petizione al Direttorio per appoggiare le tesi di Quatremère de Quincy: non a caso c’era anche il grande David fra loro. Lo stesso che dipinse la celebre autoincoronazione di Napoleone.

Jacques-Louis David, "L'incoronazione di Napoleone", 1808. Louvre, Parigi.


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